L'ORIGINE DEL NOME

L'origine del nome di Pellestrina ha sempre rappresentato per gli studiosi un problema assai complesso e di difficile soluzione. Per spiegarne la derivazione bisogna probabilmente risalire, secondo l'Olivieri (Dante Olivieri, "Toponomastica veneta", 2^ ediz., Firenze 1961, p.23), ad un certo "Philistus", siracusano, storico e generale, esiliato in Adria da Dionisio il Vecchio (tiranno di Siracusa 406 - 367 a.C.), verso il 386 a.C. Dal nome appunto di Filisto, che avrebbe fatto scavare tali fosse, per mettere in comunicazione l'Adige con la laguna di Adria, sarebbe derivato il nome di "fossiones Philistinae" (Dante Olivieri, "Nuovi Complementi alla Toponomastica veneta" in "Atti Istituto Veneto di SS.LL.AA.", 1940-41, to. C, p.2^, pp. 371-372).
Alle "Fosse Filistine" aveva accennato il Filiasi, nelle sue "Memorie storiche de' Veneti primi e secondi", quindi verso la fine del secolo XVIII. Nella sua descrizione della laguna sud, cos' egli scriveva: "Passato il porto di Malamocco e il lido dove questa Città nominata anche dal Porfirogenito esisteva, altro lido comincia strettissimo e lunghissimo. Dal così detto Forte della Punta fino al Porto di Chioggia estendesi per sei miglia, e già vedemmo come nell'epoca Romana Lido Filistino chiamavanlo per causa delle Fosse Filistine" (Jacopo Filiasi, "Memorie storiche de' Veneti primi e secondi", 1^ ediz., Venezia 1796-1798, to. VI, p.2^, p.3). E aggiungeva in un altro passo: "ne' documenti del 948, e 988, (queste fosse) sono chiamate Fosse Pistrine non solo, ma anche Pelestrine, e Pilistine, alterazioni tutte dell'antica voce Philistinae, ed anche alcuni di que' documenti indistintamente sul Ferrarese le chiamavano fiume Tartaro, e fiume Pistrina".
Possiamo pertanto concludere che, se è vero che il problema, in mancanza di più precisa documentazione, è complesso e difficile, tuttavia la maggior parte degli studiosi più autorevoli ritiene che il nome di Pellestrina sia derivato dalle così dette "fosse filistine", anzi più propriamente da "una Philistina diversa da quelle fossiones Philistinae ricordate da Plinio (il cui nome sarebbe conservato nelle attuali fosse "Pristine o Pelestrine" presso Adria)" e che a sua volta il nome "Philistine" derivi appunto da quello dello storico e generale "Filisto", ricordato da Plutarco.

 

LA STORIA DI PELLESTRINA

L'ANTICO LITORALE
Il sottile litorale, ora denominato lido di Pellestrina, che va dal porto di Malamocco a quello di Chioggia, comprendente le località di S. Pietro in Volta, di Portosecco e di Pellestrina, era un tempo diviso in due parti dal porto di Albiola o di Pàstene, dove attualmente è situata la località di Portosecco e dove anticamente sfociava il Medòacus minor. La parte a nord era detta lido di Albiola o di Pàstene, quella a sud lido di Pellestrina. Nella parte a nord era situata la città di Albiola che doveva essere un importante centro lagunare. Il nome di Albiola compare per la prima volta nel Pactum Lotharii dell'840 (documenti relativi alla storia di Venezia anteriori al Mille). In questo patto vengono riconfermati agli abitanti della laguna i diritti di cui godevano sopra la terraferma da circa trent'anni e cioè i diritti di legnatico e di transito fluviale nella terraferma trevigiana. L'inclusione in questo patto degli abitanti di Albiola è una chiara conferma dell'importanza della città.

LE INVASIONI BARBARICHE
Come per le altre isole della nostra laguna, così anche per questo litorale, il popolamento stabile si verificò al tempo e in conseguenza delle invasioni barbariche. Nel tentativo, infatti, di sfuggire alle devastazioni e alle distruzioni degli invasori, le popolazioni della terraferma cercarono rifugio nelle isole della laguna veneta. Molti furono i saccheggi ad opera dei barbari soprattutto degli Unni, condotti da Attila. Giovanni Diacono cita la città di Albiola in "Cronaca veneziana" in G. Monticolo e anche in "Cronache veneziane antichissime", Roma 1890, p. 104, 9-10. Ne fa cenno infatti a proposito dell'offensiva di Pipino, quando racconta che questi "giunse finalmente ad un luogo, che si chiama Albiola".

Secondo l'opinione prevalente degli studiosi, questa città era situata nell'attuale località di S. Stefano di Portosecco, all'imboccatura cioè di quel porto che da questa città derivava il suo nome.
A sud di tale porto, separato dalla corrente del Medòaco, seguiva il litorale di Pellestrina, sul quale sorgeva il centro omonimo. Non sappiamo, per mancanza di documenti, quale sia stata la causa della scomparsa di Albiola ma possiamo ritenere che, così come avvenne per Malamocco, ciò sia stato causato da un progressivo fenomeno di erosione. Alla fine di Albiola fa seguito la scomparsa del nome di Pàstene, dove si raccolse la popolazione trasferitasi da Albiola, in quanto il nuovo centro sorgeva in luogo più sicuro, forse nell'interno del litorale. Con la chiusura dell'antico porto di Albiola, dovuta, secondo gli studiosi, all'interramento naturale della foce del Brenta, la località assunse il nome di Portosecco, che conserva tuttora.

Con le invasioni barbariche le popolazioni che avevano lasciato le loro terre e che si erano rifugiate nella nostra laguna dovettero costruirsi in queste isole la loro nuova patria. Infatti i Longobardi, a differenza degli Unni, si stanziarono definitivamente nei territori che avevano occupato e lì vi rimasero per oltre due secoli (fino al 774), seguiti poi dai Franchi. Questo è dunque il momento in cui si verificò l'insediamento stabile della popolazione nelle nostre isole.

DA CITTANOVA A MALAMOCCO
Come conseguenza dell'invasione longobarda, si ebbe così una netta separazione fra la Venezia terrestre e la Venezia marittima. Questa era costituita soprattutto dalla zona insulare e costiera compresa fra Grado e Chioggia, oltre che da una breve striscia di terraferma: da una parte il cordone litoraneo proteggeva dal mare il territorio lagunare, dall'altra la striscia di terraferma lo separava dal regno longobardo. Nelle isole e nei lidi della laguna veneta risiedeva la maggior parte della popolazione. Albiola e il litorale dell'attuale Pellestrina erano centri di notevole importanza ed erano retti, secondo l'ordinamento bizantino, da tribuni i quali appartenevano a famiglie di proprietari fondiari e avevano quivi trovato anch'essi rifugio, sotto la pressione longobarda, assieme al clero e all'intera popolazione. Questi tribuni erano pubblici ufficiali, avevano il compito di curare gli interessi cittadini e di provvedere all'ordinato svolgimento della vita civile e dipendevano da un "magister militum". Entrambe dipendevano da Bisanzio attraverso l'esarca di Ravenna. Durante il governo dei tribuni, era sempre più avvertita la necessità di un rafforzamento del potere, al fine di porre termine alle continue discordie fra isola e isola, che portavano come conseguenza al turbamento della vita civile. Questa situazione di permanenti conflitti fece sì che i Venetici, come scrive Giovanni Diacono, "di comune accordo deliberarono che d'ora in avanti fosse preferibile esser governati da un duca piuttosto che da tribuni". Siamo verso la fine del VII secolo. La prima capitale del ducato fu Cittanova (Eraclea). Ma i contrasti non cessarono neppure con la nomina di un doge e la conseguenza fu un allontanamento della popolazione dai centri più soggetti a lotte e disordini verso località come Malamocco e Rialto, nella ricerca di una sede non solo più tranquilla ma soprattutto meno esposta alle pressioni dei longobardi, che si facevano sempre più intense e pericolose. Non bisogna dimenticare poi il notevole sviluppo commerciale con l'Oriente, di vitale importanza per il ducato veneziano, che doveva essere conservato e accresciuto. Fu deciso pertanto di trasferire la capitale da Cittanova a Malamocco. Era l'anno 742.

Successivamente nel 1164 Pellestrina viene nuovamente citata su una carta riguardante certi diritti spettanti al vescovo di Chioggia (G. Vianelli "Nuova serie di vescovi di Malamocco e di Chioggia", Venezia 1790, p.103). Tuttavia il litorale, nei secoli XII, XIII e XIV, era molto conosciuto dai patrizi veneziani. Qui avevano vaste proprietà, costituite da vigne, orti, valli da pesca e da caccia, quest'ultime impiegate per svaghi e ricreazioni. Beni stabili, che i dogi donarono abbondantemente a chiese e monasteri di Venezia, che a sua volta, come si usava in epoca medievale, venivano concessi agli isolani, con contratti detti "livelli", che duravano da 19 a 29 anni, rinnovabili. Come tutte le isole della laguna dal loro primo sorgere a entità territoriale, anche Pellestrina veniva governata da tribuni e poi da gastaldi ducali che restarono in carica fino al secolo XIV.

LA RICOSTRUZIONE CIVILE
Il doge Andrea Contarini, il giorno 1 luglio 1380, volle dimostrare anche a Pellestrina, come aveva fatto per la città di Chioggia, la medesima soddisfazione per la resistenza ed il valore dimostrati nella lotta dei Pellestrinotti contro i Genovesi. Scese nell'isola accolto calorosamente da quelle popolazioni. Intanto nel litorale tutto era stato distrutto dall'occupazione e invasione genovese. Gli stessi Pellestrinotti dovettero cominciare da capo la ricostruzione. In loro aiuto accorsero, probabilmente dietro disposizioni del podestà di Chioggia, quattro famiglie padronali-nobili della medesima città, che passarono a fissare nell'isola la loro stabile dimora, precisamente nel territorio compreso nell'attuale arcipretale di Ognissanti. esse furono: i Busatto, i Vianello, gli Zennari e gli Scarpa. Queste famiglie presero possesso della porzione dell'isola che va da Portosecco alla ricordata chiesa Ognissanti, dividendola in quattro parti dette "sestieri", ogni "sestiere" intitolato col cognome delle casate, le quali si crede rappresentassero nei riflessi della podesteria di Chioggia, il potere civico. La guerra suddetta recò notevoli danni ai porti di Chioggia, di Malamocco e alle difese contro i popoli rivali della Serenissima. Allora, nel 1383, si può dire che ebbero inizio i primi grandi lavori per l'ordinamento di tutto il litorale di Pellestrina che anticamente era molto più largo ma corroso dal mare e sarebbe completamente scomparso senza decise ed importanti opere marittime che culminarono nei ciclopici "Murazzi".
Nonostante la desolazione prodotta dalla suddetta guerra di Chioggia, risorsero le chiese e le iniziative benefiche o religiose.

LE SCUOLE O "SCOLE" DELLE ARTI E MESTIERI
Ciò che diede lustro e vitalità alla storia dell'Isola fu il lavoro dei Pellestrinotti attraverso i secoli. Nel 1784, il podestà della città di Chioggia, con un suo decreto del 31 dicembre, fece pubblicare l'elenco distintivo e numerico di tutte "le arti professionali e mestieri" dell'epoca, per doverosa conoscenza degli interessati ma anche come dimostrazione di autentica laboriosità e capacità lavorativa del popolo di Chioggia e di quello altrettanto forte e attivo del litorale di Pellestrina. Nell'Isola di Pellestrina le "Scole" o "Scuole" delle arti e dei mestieri costituivano, fin dai tempi lontanissimi, libere associazioni che si mantennero attive fino al cadere della Serenissima Repubblica di Venezia e ad esse si attribuiva grande importanza nella vita cittadina. Ottenuto dal Senato Veneto il diritto di organizzarsi, composero la loro "Mariegola", ossia lo statuto o regolamento, eleggendovi le proprie cariche sociali alle quali attribuivano i vari uffici. Nel litorale erano numerose, quasi in eguale misura di Venezia e Chioggia. Avevano lo scopo della distinzione della professione e dell'assistenza ai Soci nel momento del bisogno. Ogni "Scuola" era distinta da una propria insegna e forse anche da indumenti quali berretto, fazzoletto, fregio.

LA DOMINAZIONE FRANCESE
Anche Pellestrina, presa dall'entusiasmo della rivoluzione d'oltr'Alpe, aveva cercato di organizzarsi in funzione territoriale autonoma. Infatti, il 25 maggio 1797 aveva costituito la "Municipalità" di ispirazione francese e, per sottrarsi alle dipendenze dalla città di Chioggia, era stata tra le prime ad aderire alla "Municipalità Provvisoria di Venezia", per costituire insieme un "corpo territoriale provinciale" (Municipalità provvisoria di Venezia, "Quadro delle Sessioni pubbliche", Venezia 1797, p. 35 Verbale del 25 maggio 1797). Ma gli avvenimenti successivi ben presto delusero la "Municipalità Provvisoria di Venezia", che in data 5 settembre 1797, rinunciò ad aggregare, al costituendo territorio provinciale, l'Isola di Pellestrina, dove non vi era ancora un Commissario e dove regnava molta anarchia. Il "baratto napoleonico" del 17 ottobre 1797, con il quale Venezia veniva ceduta dalla Francia all'Austria, pose fine alle illusioni dei "municipalisti" Pellestrinotti e alla confusione politica prodotta negli animi dei popoli veneziani.

PELLESTRINA RITORNA A VENEZIA
Nella deliberazione delle sedute consiliari del 28 marzo e 28 novembre 1920, il Comune di Pellestrina domandava l'annessione e la fusione, anche dei suoi beni patrimoniali, al Comune di Venezia che, a sua volta, accettava e deliberava l'incorporazione di Pellestrina, approvando lo schema di convenzione. A seguito delle deliberazioni consiliari di Venezia e di Pellestrina, il Governo decretava la fusione dei due Comuni (Comune di Venezia, Op. cit., anno 1923, p. 130).